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Attraverso l'Europa su una bici di nome Reggie

In 2010 the author and big cycling fan Andrew P.Sykes decided to cycle from his home in southern England to southern Italy to see a friend along the route of the Eurovelo 5. It was a memorable, if rather wet, summer and he subsequently wrote the popular travelogue 'Crossing Europe on a Bike Called Reggie'. Now the book is also available in Italian and we like to share the introduction and a nice extract from his day in Pisa with you (in Italian).

Early this year, in 2015, Andrew was approached by an Italian cycling enthusiast who was also a professional translator. He proposed translating the original English version of the book into Italian. This work was completed towards the end of 2016 and the book is now available to download as an eBook from Amazon, Apple and Kobo (as well as other eBook suppliers). Here is a short introduction to the story in Italian and below you will find an extract from the book about the day he spent in Pisa, Italy:

 

"L’anno accademico doveva essere stato difficile perché con l’arrivo delle vacanze estive Andrew Sykes, un insegnante di scuola media, era felice di fare il meno possibile. Ma mentre era seduto sul divano di casa a guardare i ciclisti che percorrevano la Grande Muraglia cinese in occasione delle Olimpiadi di Pechino, si rese conto dell’errore che stava facendo e decise di rendere la sua vita un po’ più avventurosa. Due anni più tardi, accompagnato dal suo fedele compagno Reggie (la sua bici) e con un piano rudimentale, Andrew partì per un’avventura ciclistica transcontinentale che lo avrebbe condotto lungo il percorso della Via Francigena e dell’Eurovelo 5, da casa sua nel sud dell’Inghilterra fino a Brindisi, sul tacco d’Italia. Ci sono stati alti e bassi, pioggia e sole, gioia e disperazione, e ci racconta tutto in questo diario di viaggio narrato con uno stile scherzoso e vivace."

 

 

 

4º giorno di riposo
Mercoledì 11 agosto 2010: Pisa e Lucca

 

«Greg, vuoi salirci sopra?», gridò ad alta voce un’americana mentre mi trovavo in Piazza dei Miracoli ben prima delle ore nove del mio primo giorno di riposo in Italia. Greg fu invitato a salire sulla Torre Di Pisa da una signora che sembrava essere sua madre. Personalmente, iniziai a preoccuparmi che se Greg, piuttosto tondo, e la sua accompagnatrice, altrettanto corpulenta, fossero saliti fino alla cima, il monumento sarebbe dovuto essere rinominato “La torre ancora più pendente di Pisa”. La mia fotocamera era pronta.


Persino in quelle prime ore del mattino, la zona intorno alla torre e i vicini Duomo, Battistero e Camposanto erano colmi di turisti. Non osai immaginare quanta gente ci sarebbe stata più tardi. Quella folla si sarebbe sparpagliata se noi turisti fossimo potuti andare sull’erba, ma i cartelli ricordavano che era vietato calpestare il prato. Teoricamente, mi restava la possibilità di sedermi sul bordo dell’erba, o persino di raggiungere un punto più tranquillo al centro del prato stesso, ma non avrei rischiato, soprattutto perché la multa, da pagare sul posto, era esattamente della strana cifra di 25,82 €. Quegli spazi d’erba, tuttavia, conferivano alla piazza un’aria di tranquillità, seppur falsa, e permettevano di ammirare gli edifici senza che le orde di turisti rovinassero la vista.


Gli oltre ottocento anni di storia della torre sono ben documentati – vi risparmio la lezione di storia – ma ciò che la maggior parte delle guide turistiche non vi dirà è che il progetto di riduzione dei gradi d’inclinazione e di restauro di alcune pietre che la compongono è stato completato. Dal 2008, l’inclinazione è stata ridotta di quarantotto centimetri, ma fu solo nel febbraio 2011 (circa sei mesi dopo la mia visita) che la parte superiore della torre fu liberata dalle ultime impalcature con l’aiuto di abili arrampicatori. Secondo un recente rapporto della BBC, per la fase finale furono utilizzati «laser, scalpelli e siringhe»: fu un vero e proprio “lifting”, insomma. Il successo di questa operazione di (leggero) raddrizzamento fu tale che ora la torre ha perso il titolo dell’edificio più pendente del mondo, conferito al campanile di una chiesa di Suurhusen, un villaggio vicino a Emden ubicato nell’angolo nord-occidentale della Germania. Mi chiedo se lì si possa calpestare l’erba...


Tornando a Pisa, mi sedetti per un bel po’ di tempo su un gradino affacciato alla torre chiedendomi se Greg e sua madre fossero già arrivati in cima. Da ciò che potei vedere, la torre non aveva iniziato a oscillare, ma, in vista di un eventuale crollo, mi assicurai di esserne ben lontano. Nel contempo, osservai le persone che si facevano fotografare con le braccia tese su un lato, le palme delle mani quasi verticali e i loro corpi inclinati in modo tale da dare l’impressione che stessero cercando di evitare che la torre crollasse, spostandosi leggermente secondo le istruzioni del fotografo. Mi sembrarono dei ballerini pronti a scatenarsi non appena fosse iniziata la musica. Fui tentato dall’idea di tirare fuori il cellulare e mettere una canzone a tutto volume per vederli in azione. Pensate che i loro parenti e amici siano stati ingannati dalla loro illusione ottica?

 

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By the way in 2015 Andrew also cycled from Spain to Norway along the EV 1 and 3. His book about that trip will be published in May 2017.